Intervista del Ministro Brunetta al Gazzettino

La scommessa di Brunetta: «Nel 2009 il settore pubblico sarà la Ferrari del Paese»

di Ario Gervasutti, Il Gazzettino, 6 gennaio 2009

foto: Renato BrunettaButta l’occhio sopra i documenti che rendono ufficiale un’inflazione a dicembre inferiore al 3%, quando le previsioni di inizio 2008 la fissavano al 4%: poi Renato Brunetta si strofina le mani e si dà dell’«inguaribile ottimista».

Quando tutti o quasi vedono nero, il ministro della Funzione Pubblica si ostina a ritenere che il 2009 alla fine sarà meno brutto di quel che si pensa.

E il carbone che scherzosamente gli hanno recapitato ieri mattina i giovani di An per la sua proposta sui DiDoRe, acronimo per la regolamentazione delle unioni di fatto, lo gira volentieri «ai catastrofisti che producono solo danni».

Ministro Brunetta, davvero basta il raffreddamento dell’inflazione per essere ottimisti?

«Il finale d’anno ci ha mostrato una situazione tranquillamente recuperabile; gli andamenti dei consumi, pur in flessione, non hanno portato traumi irreversibili. Il Paese c’è e le imprese anche; il governo con la manovra di luglio per la finanza pubblica, e con i decreti di ottobre e novembre per la difesa del risparmio e la messa in sicurezza dei lavoratori ha dato prova di reattività. Si può poco se la congiuntura internazionale non migliora, ma le prime mosse delle Borse sono buone, la caduta del prezzo di petrolio e gas ha portato una riduzione insperata dell’inflazione, che se continuerà così a fine 2009 sarà sotto il 2%: significa che a parità di salario migliora il potere d’acquisto. Comunque molto dipende da come si rimboccheranno le maniche le imprese, in particolare quelle dei settori protetti: e i più protetti di tutti sono le pubbliche amministrazioni».

Tasto dolente: il settore pubblico è sempre stato considerato la palla al piede del Paese.
«È vero: per questo sono convinto che può trasformarsi nel catalizzatore della ripresa».

E come?

foto: fascicoli«Facciamo due conti: i 3 milioni e 650mila dipendenti pubblici costano 192 miliardi di euro annui di salari e 300 miliardi di spese generali. Il loro peso è pari a quello del settore manifatturiero privato; ne deriva che un aumento di produttività nella Pubblica Amministrazione ha lo stesso effetto di un aumento nel manifatturiero. Solo che mentre il manifatturiero non può fare grandi aumenti visto che è già "tarato" quasi al massimo, nel settore pubblico c’è un margine molto ampio di recupero già a parità di risorse investite: almeno il 50%».

Mi fa un esempio?

«Si possono aumentare quantità e qualità dei beni e servizi del 50%, dimezzando i tempi della burocrazia. Un aumento della produttività nel settore pubblico può far crescere l’economia del settore privato il 30-40% in più di quel che cresce ora».

Senza investimenti? Anche il burocrate più veloce si arrende di fronte a computer scassati o alla carta che non c’è.

«Per l’informatizzazione della PA in 4 anni investiremo 1,4 miliardi di euro, soldi che sono già in cassa. Ma il vero problema è un altro: nella grande maggioranza dei casi le strutture della PA sono buone, quella che manca è la qualità produttiva del capitale umano. E c’è una sua cattiva distribuzione».

Ma finché le leggi ti costringono a fare i conti con la burocrazia... Non sarebbe più semplice eliminare il problema alla fonte?
«Stiamo lavorando anche sul fronte della semplificazione, ma nell’attesa ho dimostrato che con una piccola correzione il tasso di assenteismo è sceso del 45%».

E l’obiettivo del 2009 quale sarà?

«Far sì che la Pubblica Amministrazione diventi il motore della ripresa».

In un anno?
«Voglio che sia l’anno in cui il settore pubblico trascinerà l’intera economia italiana. Faccio appello ai dipendenti pubblici: non rischiano la disoccupazione e la cassa integrazione, da gennaio grazie al rinnovo del contratto avranno 70 euro in più al mese, vivono in una situazione di privilegio rispetto ai colleghi del settore privato. È giusto che ora comincino loro a dare di più».

Il presidente di Confindustria veneto Andrea Riello dieci giorni fa aveva fatto lo stesso ragionamento per chiedere ai dipendenti pubblici di rinunciare all’aumento e dirottarlo in un "prestito" per i privati che perderanno il lavoro.

«Riello sa che non è materialmente possibile, i contratti sono atti pubblici. Invece con senso di orgoglio possono aumentare la produttività: questo è il "regalo" da fare ai privati. Un regalo grandissimo: minori costi per le imprese, minori tempi di attesa per le famiglie...».
Ma nella PA ci sono le risorse umane per raggiungere questi obbiettivi?

«Assolutamente si; anche se serve il bastone e la carota. Finora abbiamo usato il bastone, ora tocca alla carota. Penso che si potrebbe intervenire anche in altri settori protetti come le public utilities, ma servirebbero cambiamento normativi; anche lì dentro c’è un’enorme area di produttività nascosta, e di prezzi da ridurre. Se aumenta l’efficienza dei produttori di luce, acqua, gas e trasporti i costi per imprese e famiglie si riducono, e il sistema si rimette a correre. È l’ora dei settori protetti. È anche una questione di orgoglio: il fatto che nelle mani della PA ci sia la ripresa del Paese non è cosa da poco».

Non servono riforme?

«La riforma della PA sarà approvata entro metà anno, e lo stesso varrà per giustizia, scuola, università».

E cosa cambierà, in concreto?

«L’aumento della produttività indotto dalla customer satisfation».

In italian, please.

«Daremo voce ai cittadini: se vai a chiedere un certificato e non ti viene dato nei modi e nelle forme che ti aspetti, puoi giudicare immediatamente l’impiegato e l’ufficio. Una mia amica in Umbria mi ha raccontato che ha fatto una fila spaventosa all’ufficio delle imposte dirette perché la gran parte del personale era contemporaneamente in ferie. Tra qualche mese non potrà più accadere, perché ne risponderà il dirigente».

E questo si tradurrà in un vantaggio economico per il Paese?

«Negli ultimi anni quando gli altri Paesi crescevano al 3%, noi ci fermavamo al 2%; se crescevano al 2%, noi all’1%. La differenza era lì, nella PA. Il mio obiettivo è eliminare quel differenziale con gli altri Paesi europei. Il vero tesoretto è la Pubblica Amministrazione».

Far rendere di più la PA significa anche ridurne il costo riducendo il personale?

«Non ci siamo mai posti questo problema: voglio aumentare la produttività, non ridurre il personale. Voglio che ci sia il 50% in più di educazione, salute, giustizia, ambiente, sicurezza. Ma è certo che la PA non sarà più usata a fini di "welfare" occupazionale: questo non è un deposito, è un’azienda».

Insisto nel ritenere difficile una rivoluzione senza sostanziose riforme.

«La grande riforma è gia "in cottura", ma guardi che riorganizzando la gestione del personale si risolvono già il 90% dei problemi. Prenda la giustizia: i tribunali di Bolzano o di Cremona hanno triplicato l’efficienza e i risultati. L’80% dei problemi della giustizia riguardano l’organizzazione degli uffici, e solo il 20% i temi dei quali si discute di solito. E così per la scuola, la sanità, la sicurezza».

Nelle ultime settimane lei ha polemizzato con alcuni esponenti della gerarchia ecclesiale. Proprio sotto Natale...

«Tutto è nato da alcune critiche sui "fannulloni" rivoltemi dal cardinale di Milano, Tettamanzi, che sinceramente non ho capito. Colpire i fannulloni vuol dire dare più servizi alla gente, perciò stiamo dalla stessa parte. Nessuna polemica, forse è stato frainteso il linguaggio».

Però quando il cardinale ha stanziato un milione di euro per i poveri, è partita qualche frecciatina...

«Mi sono felicitato, anche se mi sono chiesto se questo è il modo migliore di risolvere i problemi. Dovremmo tutti fare un po’ di autocritica su come combattiamo la povertà, per vedere se possiamo fare di più e meglio. È bene che se lo chiedano tutti anche perché le risorse non nascono dal nulla, vengono sempre dall’economia come l’8 per mille o ciò che i governi locali forniscono alle varie Caritas diocesane per fare un lavoro straordinario».

Quindi di fronte agli schiaffi di Famiglia Cristiana, di Avvenire e di altri prelati che fa, porge l’altra guancia?

«Ma fanno benissimo a criticare e pungolare il Governo, le Regioni, i Comuni. Naturalmente se si mettono sul terreno della critica alla società organizzata, non sono esenti loro stessi da critiche: mi pare che la reciprocità sia il minimo. Il Cardinale ha il diritto di criticarmi, ma io posso fare lo stesso in base al modo in cui magari spenderà quel milione di euro: se poi lo userà meglio di quel che fa lo Stato, chapeau. Ho sempre detto che la Chiesa è più brava dello Stato, ha una marcia in più».

Invidia?

«Ammirazione. Ma proprio per l’orgoglio che sento nell’essere servitore dello Stato voglio che questo sia efficiente: vorrei che nei suoi confronti provassimo lo stesso orgoglio che proviamo quando vince la Ferrari. Un Paese che sa produrre la Ferrari non deve essere capace di produrre assistenza, sicurezza, scuola, giustizia ugualmente straordinarie?».

Ario Gervasutti

[6 gennaio 2009]