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Federalismo. Obiezioni e risposte

Il federalismo fiscale penalizzerà le regioni più deboli, specie quelle del Sud.

Le regioni più deboli non hanno niente da temere. Il governo ha presentato un disegno di legge che non tocca i principi sanciti dalla Costituzione, per i quali lo stato ha il dovere di garantire a tutti i cittadini gli stessi diritti su materie come sanità, assistenza e istruzione.

foto: AssisiIl federalismo farà bene al meridione d’Italia, è una riforma per il meridione d`Italia, perché avvia un percorso che responsabilizza le classi dirigenti locali e contemporaneamente introduce meccanismi virtuosi per il miglioramento della qualità della spesa. E’ una svolta culturale per le classi dirigenti meridionali.

Unito al cambiamento della gestione della distribuzione dei fondi comunitari (da una distribuzione a pioggia su microprogetti locali a una centralizzata per grandi progetti, introdotta dal decreto fiscale di luglio) la responsabilizzazione della spesa pubblica e delle istituzioni regionali prevista dal federalismo fiscale è l’inizio di una fase nuova per tutto il Mezzogiorno.

Come avverrà tutto questo?

Con la riforma del Titolo V della Costituzione votata dal centrosinistra nel 2001 si è data autonomia alle regioni per la gestione di sanità, scuola e assistenza ma le risorse vengono però sempre date dallo stato nazionale. Aver mantenuto un modello di fiscalità centralizzata ha reso i conti pubblici ingovernabili e ha favorito la duplicazione di strutture, l’inefficienza e la deresponsabilizzazione. Finora è valso il principio che chi ha più speso in passato può continuare a farlo, mentre chi ha speso meno, perché è stato più efficiente, deve continuare a spendere di meno. Il meccanismo secondo cui lo stato erogava fondi secondo quanto era stato speso negli anni precedenti (la cosiddetta “spesa storica”) ha finito per premiare chi crea più disavanzo, le amministrazioni meno efficienti, a spese di tutti gli italiani.

Un esempio per tutti: dal 1998 i costi della sanità sono quasi raddoppiati, passando dai 55,1 miliardi del 1998 ai 101,4 miliardi del 2008, nonostante le misure di contenimento previste nelle leggi finanziarie.

E ora cosa cambierà?

La riforma introduce i “costi standard” per i servizi, superando il criterio della spesa “storica”: si definisce un costo per servizio che sia uguale per tutte le regioni. Questo valore sarà l’indicatore che consentirà all’amministrazione centrale di sapere come distribuire le risorse. Il finanziamento integrale sulla base di costi standard delle prestazioni riguarda i diritti civili e sociali, come la sanità, l’istruzione e l’assistenza (art. 117, “livelli essenziali delle prestazioni”) e un adeguato finanziamento del trasporto pubblico locale.

Questi due capitoli di spesa saranno finanziati attraverso il gettito dell’Irap, in attesa che questa imposta sia sostituita da altri tributi regionali da individuare in una fase successiva.

E per le altre materie?

Per le altre materie, ogni regione potrà chiedere autonomia nelle gestione delle funzioni e dei tributi (art. 116 comma terzo della Costituzione, il cosiddetto “federalismo differenziato”). E’ evidente che nessun amministratore ha interesse ad alzare le tasse locali e a dare un cattivo servizio. Questo principio dovrebbe produrre processi virtuosi anche nelle regioni più “difficili”. E’ prevista inoltre per le regioni più deboli la perequazione, attuata in modo trasparente sulla capacità fiscale. La riforma mantiene la solidarietà per le regioni più deboli economicamente, ma vuole ottimizzare la spesa.

E se una regione non mantiene l’efficienza della spesa?

Con la riforma autonomia uguale efficienza e per questo è previsto anche un sistema premiante per gli enti virtuosi e sanzioni per gli enti meno virtuosi. Gli enti che non raggiungeranno gli obiettivi non potranno sedere nei posti di ruolo vacanti nelle piante organiche e iscrivere in bilancio spese per attività discrezionali. Sono previsti, inoltre, meccanismi automatici sanzionatori degli organi di governo e amministrativi nel caso di mancato rispetto degli equilibri e degli obiettivi economico-finanziari assegnati alla regione e agli enti locali, secondo il patto di stabilità interno.

La riforma entrerà in vigore subito dopo l’approvazione del Parlamento?

E’ stato previsto un periodo di transizione ragionevolmente lungo, per il momento di cinque anni, per consentire alle regioni del Mezzogiorno di poter programmare agevolmente un percorso di riforme strutturali necessarie per mettersi al passo con il resto del paese.

Con il federalismo fiscale il governo Berlusconi rimetterà in vigore l’ICI sulla prima casa, con un nuovo nome

Il presidente Berlusconi ha ribadito più volte che l’ICI non sarà reintrodotta con un nuovo nome. Con il federalismo fiscale non aumenteranno le tasse ma sarà ridisegnato il livello di tassazione. Il disegno di legge prevede un tributo comunale di scopo per finanziare opere pubbliche, oneri dei flussi turistici e della mobilità urbana, la cosiddetta “service tax”, ma non sarà una nuova ICI.

Questo federalismo fiscale è solo una concessione ai ricatti della Lega.

Il federalismo fiscale è una riforma prevista dal nostro programma di governo ed è patrimonio di tutta la coalizione, non solo della Lega. Esso è l’applicazione dell’art. 119 della Costituzione (modificato dal governo Amato nel 2000) ed è il modo migliore per il rilancio del sistema istituzionale e colmare la frattura tra Nord e Sud. E’ oggi che il Paese è già spaccato in due, con il divario tra Sud e resto d’Italia in continuo aumento. Contenere la spesa, responsabilizzare la classe dirigente locale è l’unico rimedio per invertire la rotta.

Il federalismo fiscale coniuga efficienza e solidarietà, chiede responsabilizzazione amministrativa, trasparenza della gestione dei fondi e dà al cittadino il controllo delle risorse pubbliche. Il cittadino verificherà sempre l'entrata delle risorse. Questa legge è fatta per far star meglio tutti e non per penalizzare qualcuno.

E i comuni e le province dove troveranno i fondi?

Non si passerà da un centralismo statale a uno regionale. Lo stato centrale continuerà a svolgere un ruolo di coordinamento e di perequazione, se necessario. Lo stato individua i tributi propri dei comuni e delle province, a definirne presupposti, soggetti passivi e basi imponibili, a stabilirne le aliquote di riferimento valide per tutto il territorio nazionale. Le regioni potranno ridefinire la spesa e le entrate standardizzate degli enti locali secondo i criteri di riparto fissati dallo stato per quel territorio ma in caso di ritardo o di mancata distribuzione dei fondi da parte della regione, lo stato potrà esercitare il potere sostitutivo nei suoi confronti.

Per garantire l’autonomia delle province è prevista la razionalizzazione dell’imposizione fiscale per gli autoveicoli e le accise sulla benzina e sul gasolio. Gli enti locali disporranno del potere di modificare le aliquote dei tributi di loro competenza e di introdurre agevolazioni e la piena autonomia sulle tariffe per le prestazioni e i servizi da loro offerti.

[18 settembre 2008]

 
 
 

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