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Piccole e medie imprese: ecco i nuovi fondi

foto: tremontiIl fondo per le Piccole e Medie Imprese, già operativo e con una dotazione iniziale di 1,2 miliardi di euro, “crea e salva posti di lavoro e aiuta a crescere le imprese italiane troppo piccole” lo afferma il ministro dell'Economia Tremonti, al convegno di presentazione del Fondo. “Nasce da un'idea del Ministero dell’Economia e delle Finanze e del Tesoro, condivisa con l’industria e le banche. Ci siamo dimenticati di passare all’ufficio brevetti e adesso pare che nel Regno Unito stiano pensando di copiarci lo strumento. Però almeno potremo vendere il nostro know how”.

In risposta alla peggiore crisi dal dopoguerra, Tremonti pone il sostegno alle Pmi tra le priorità della sua politica industriale e questo, spiega, “è il più grande Fondo Italiano per conservare il lavoro in Italia e serve per far crescere le aziende italiane, spesso troppo piccole nel mondo”.

L'importanza di questa novità è stata illustrata dal ministro nei termini di un lavoro di squadra che è stato realizzato con un meccanismo complesso “più o meno in un anno, in un tempo abbastanza ragionevole e breve che ha messo insieme capitali pubblici e capitali privati, la Cassa Depositi e Prestiti, istituzioni pubbliche, banche e il sistema industriale”.

“Il fondo può produrre con la leva numeri di grande rilievo. È un grosso sostegno economico per il Paese e un esempio di come pubblico e privato possano lavorare insieme per il bene del Paese”.

Il Fondo è uno strumento di politica industriale ed economica per aiutare il tessuto produttivo italiano e dedicato alla crescita dimensionale. Lo scopo sociale è offrire capitale fresco ad aziende piccole, quelle con un fatturato da 10 a 100 milioni di euro, cioè quasi 15 mila. Lo strumento è già operativo dallo scorso settembre: sei piccole imprese manifatturiere, infatti, sono state esaminate dai tecnici del Fondo e quindi papabili per il finanziamento, con iniezioni tra i 7 e i 10 milioni di euro che potranno restare investiti per ben 12 anni.

Esportazioni, è sempre record

I dati Eurostat sul deficit pubblico nell’Unione europea confermano gli ottimi risultati delle politiche di controllo dei conti pubblici da parte del governo italiano e quelli dell’Istat sulla forte ripresa dell’export, sono la migliore risposta agli sfascisti di destra e di sinistra che, in un momento difficile per l’economia mondiale, giocano col fuoco della crisi politica sulla pelle del Paese e con le tasche degli italiani.

Il deficit pubblico delle media dei Paesi Ue è passato nel 2009 dal 2,3% al 6,8% e i deficit pubblici più elevati sono quelli di Grecia (15,4%), Irlanda (14,4%), Regno Unito (11,4%) e Spagna (11,1%). L’Italia, al 5,3%, ha un disavanzo meno elevato della Francia (7,5%).

Quanto all’export, un passo appena dietro la locomotiva tedesca, l’Italia conquista il secondo posto come tasso di crescita tra i Paesi europei. Una classifica elaborata da Assocamere estero a commento degli ultimi dati Istat relativi al mese di settembre: le esportazioni italiane sono aumentate del 3% rispetto ad agosto e del 16,4% rispetto allo stesso mese del 2009.

Nel complesso dei primi nove mesi la crescita delle vendite è stata pari al 14,3% contro il 18% della Germania, mentre al terzo posto si trova la Francia con un +11,3%. Solo a settembre l’export italiano è cresciuto al ritmo di quello tedesco, mentre la Francia ha segnato un arretramento del 3%.

Nell’ultimo mese gli andamenti più sostenuti hanno riguardato i Paesi comunitari (+19%) a fronte di quelli extra-Ue (+12,8%), con rialzi più significativi verso la Gran Bretagna, i Paesi Bassi e la Germania.

Nei nove mesi restano molto importanti i progressi verso i Paesi extra-Ue, dove l’Italia registra una quota sulle vendite complessive (42%) superiore a quelle di Germania e Francia. Si conferma così l’operazione di riposizionamento delle nostre imprese verso quei Paesi che meno hanno pagato la crisi e che, anzi, hanno continuato a viaggiare ad alti ritmi di crescita: Cina e Mercosur in testa. Ma anche verso Usa e Russia l’export italiano ha recuperato con percentuali a due cifre, attorno al 40%.

Approfondimento sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico

[16 novembre 2010]

 
 
 

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